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6 marzo 2015
20 marzo 2014
18 giugno 2013
Un Albero si è tagliato, un Popolo si è svegliato...
Da: devin
Inviato: mercoledì 5 giugno 2013
Ciaoo Pietro :))
Che bello risentirci... sopratutto in questo periodo, probabilmente hai sentito cosa stiamo combinando in Turchia :) “ un albero si è tagliato, un popolo si è svegliato” :))
Credo che tu ti sia gia’ abbastanza informato della rivolta.. perché? dove è cominciato? Cosa ha detto Erdogan? Cosa ha fatto il governo? What about la polizia e lacrimogeni?...ecc..
Personalmente a me non interessa molto politicamente cosa succede.. tanto anche loro sono al momento in shock, non se la aspettavano un movimento cosi.. perciò non riescono nemmeno gestire bene la situazione, dicono continuamente cazzate:)
Ti posso dire che davvero viviamo dei momenti storici e magici, nonostante i feriti, gli arrestati e lacrimogeni che respiriamo da giorni.. questo non è movimento né politico né ideologico, è un movimento umano.. non ha nemmeno un leader né gruppo.. è un movimento del popolo... di ogni cultura e di tutti tipi di persone, i giovani, i vecchi, dai 7 ai 70 anni... casalinghe, lavoratori, studenti, comunisti, nazionalisti, politici, apolitici, le donne con la coperta, giovani alternativi, artisti, dottori, avvocati..... tutti, tutti sono in strada insieme spalle alla spalle. Davvero tutto il popolo turco sta fuori da 5 giorni in varie città, quelli che stanno a casa battono le pentole e fischiano dalla finestra :)
C’è un atmosfera incredibile, ci siamo uniti come Uno, pure gli ultrà delle squadre di calcio del galatasaray, fenerbahçe, beşiktaş... li puoi vedere insieme mano per mano in piazza:) ci sono delle foto in cui puoi vedere i nazionalisti con quelli di sinistra, le donne con il burqa insieme ai membri dell’associazione di gay-lesbians LGBT, i kurdi insieme ai kemalisti (un gruppo di rivoluzionari islamici) entrano in piazza mentre tutti gli altri gli applaudono... mai visto un mix cosi!!! :)
C’è un aria.. come se ci fossimo innamorati come popolo:) da giorni che combattiamo con la polizia.. e devi vedere che solidarietà..... come ci sosteniamo, come ci muoviamo insieme, come ci amiamo!.. quando ci vediamo, ci guardiamo nei occhi e ci sorridiamo anche se non ci conosciamo, come se in fondo sappiamo il piano di tutto quello che facciamo e ci mandiamo un piccolo saluto.... davvero è difficile da descrivere, bisogna respirarla...
Non so se lo sai, i media di questa rivolta non hanno fatto vedere niente.. il movimento lo diffondiamo tramite social media, twitter e facebook.. anche questo è stato splendido e ci ha fatto unire di più...
In questi giorni siamo stati triste, arrabbiati, stanchi ma ancor di più siamo fieri, felici, liberi e forti di quello che proviamo e viviamo insieme... se vedi in internet circolano continuamente messaggi tipo: "amici per favore questo un movimento indipendente del popolo per la pace, per la vera democrazia, per l’unita, per la natura... non è un movimento di una partita né di un’ideologia... attenti ai provocatori... state lontani dalla violenza..." il nostro obiettivo non è stare contro, anzi cerchiamo più possibile di unirci.... questa rivolta, la vogliamo fare con l’amore e gioia in un atmosfera pacifista... pensa che da giorni durante la notte combattono con la polizia respirando un sacco di lacrimogeni e dopo verso la mattina raccolgono l'immondizia e puliscono le strade :) oggi per esempio c’era un aria di festa, hanno fatto lo yoga e dei concerti, hanno piantato i fiori, hanno costruito una biblioteca con le pietre del marciapiede e hanno portato i fiori ai poliziotti...
Non puoi immaginare quanta creatività e umorismo c'è in questo movimento, non ce la aspettavamo neanche noi... davvero troviamo delle vie molto originale e creative per protestare sia Erdogan, il governo e la polizia che i media.. sono spiazzati davanti all'intelligenza e all'umorismo:) Leggo da giorni twitter e facebook per ore e ore, non ho mai riso cosi tanto nella mia vita :))) anche la vecchia generazione é molto perplessa: dicono woow questi giovani sono meravigliosi invece noi pensavamo che non si alzavano dal computer e che fossero apolitici :)
In poche parole questo è un movimento della nuova era, nuova coscienza, è realizzato dai giovani starseeds :) e ispirato dal movimento occupylove.. e guarda che è iniziato tutto da un albero :D dimmi che non è ironico?... Né da una legge, né da un discorso politico.. è iniziato da un albero! Secondo me anche questo dice tutto...
Perciò io credo che questo movimento non rimarrà solo dei turchi, si diffonderà in tutto il mondo... già abbiamo molto sostenitori all'estero perché in quasi tutto il mondo la situazione è la stessa.... e tutti noi ci dobbiamo risvegliarci e ricordarci chi siamo davvero...
A dirti la verità io soprattutto quando sono tornata dall'Italia a İstanbul.. sentivo e dicevo sempre che la Turchia e soprattutto İstanbul avranno un ruolo molto importante per la nuova, per la sua posizione geografica (tra Asia e Europa) e ancor più per lo spirito dell’Anatolia e il seme che ci ha lasciato Atatürk.. ma non potevo immaginare che sarebbe accaduto tutto questo:) ora non so cosa succederà nei prossimi giorni, ma credimi che siamo contentissimi di quello che abbiamo realizzato.. personalmente io non posso neanche descrivere i sentimenti che ho provato in questi giorni...
E secondo me anche Erdogan fa parte del nostro progetto per la nuova coscienza.. e posso dire che fa benissimo il suo ruolo, e quasi ringraziamo lui che ci ha fatto vivere questa esperienza :) per esempio il giorno dopo della nascita del movimento lui ha fatto un discorso in cui non ha fatto neanche un passo indietro, ha cercato di vederci come un piccolo gruppo marginale e sostenuto dai partiti dell'opposizione e dicendo un sacco di falsità il suo modo brutale ha provocato molto di più il popolo.. un discorso cosi surreale che ci ha fatto pensare che fosse totalmente impazzito.. pensa che la gente diceva di essere molto tranquilla e non era preoccupata per la situazione prima del suo discorso, ma dopo averlo ascoltato ci siamo subito ritrovati in piazza :) poi ha fatto censurato i media per non trasmettere in tv... ha fatto usare un sacco di lacrimogeni alla polizia contro il popolo.. ecc.
Se invece avesse fatto un discorso per calmare il popolo e accettava quello che chiedevamo, non saremmo arrivati a questo punto.. e rimaneva solo una manifestazione per un piccolo parco :) invece ora é una rivoluzione :) e si è riflessa al mondo.. perciò io ringrazio a lui e credo che anche se non lo sa, ci ha aiutato moltissimo :) c’è una battuta che si circonda su internet “solo per questo motivo lui merita il Nobel per la pace” :D
Quando puoi guarda questo link: http://occupygezipics.tumblr.com
Con amore, un abbraccio!!
devin
30 gennaio 2012
Cambiare i Paradigmi dell'Educazione
"Il pensiero divergente non è sinonimo di creatività. Io definisco la creatività come il processo che genera idee originali che hanno un valore. Il pensiero divergente è comunque una capacità essenziale per la creatività: è l'abilità di vedere molteplici risposte a una domanda".
(qui il video in lingua originale)
2 novembre 2011
La civiltà Empatica
Jeremy Rifkin autore di bestseller, consigliere politico, attivista pacifista e profeta dell'etica indaga l'evoluzione dell'empatia e il modo in cui ha profondamente plasmato il nostro sviluppo e la nostra società.
(qui il video in lingua originale)
2 agosto 2011
Questa sera le strade sono piene d'Amore...
Dal discorso pubblico di Haakon Magnus, principe ereditario di Norvegia
Oslo, sera del 25 luglio 2011, davanti a migliaia di persone con il cuore gonfio di pena e la testa piena di domande, scese in strada per manifestare e superare insieme il loro dolore:
Questa sera le strade sono piene d'Amore...
Abbiamo scelto di rispondere alle crudeltà con la vicinanza.
Abbiamo scelto di rispondere all'odio con l'unità.
Abbiamo scelto di mostrare ciò che rappresentiamo.
La Norvegia è un paese in lutto.
E un pensiero va a chi ha subito una perdita.
A chi ha fatto uno sforzo eroico per salvare delle vite umane e ripristinare la nostra sicurezza e ai nostri leader che sono stati sottoposti a delle difficilissime prove negli ultimi giorni.
A chi è rimasto a Utøya, e al governo che sono stati bersagli di terrore,
ma questo riguarda tutti noi.
In modo terribile e chiaro, abbiamo visto quale impatto possano avere le azioni di un individuo.
Questo ci ha mostrato anche quanto siano importanti gli atteggiamenti che ciascuno di noi ha, quanto sia importante ciò che scegliamo per costruire la nostra vita, e quanto della nostra vita scegliamo di spenderla per il bene degli altri e della comunità in cui viviamo.
Dopo il 22 luglio, non dovremo mai più permettere a noi stessi di credere che il nostro punto di vista e le nostre opinioni siano irrilevanti.
Ma dovremo affrontare ogni giorno, pronti a combattere per quella società aperta e libera a noi tanto cara.
Cari giovani: Voi siete la nostra bussola, il nostro coraggio e la nostra speranza.
Siete voi che darete forma e determinerete quale Norvegia avremo nei prossimi anni.
Ognuno di voi non ha prezzo. E noi abbiamo perso molto.
La Norvegia che vogliamo, nessuno sarà in grado di togliercela.
Questa sera le strade sono piene d'amore...
Siamo di fronte ad una scelta. Non possiamo annullare ciò che è stato fatto.
Ma possiamo scegliere cosa faremo per noi come società e come individui.
Possiamo scegliere che nessuno ha bisogno di stare in piedi da solo.
Possiamo scegliere di stare insieme.
Spetta a ciascuno di noi ora. Spetta a voi e a me.
Insieme abbiamo un lavoro da fare.
E' un lavoro che va fatto intorno a un tavolo da pranzo, in mensa, nelle organizzazioni, nel volontariato, da uomini e donne, nei piccoli centri e nelle città.
Avremo una Norvegia in cui vivremo insieme con la libertà di pensare al di là di noi stessi,
dove le differenze saranno viste come opportunità,
dove la libertà sarà più forte della paura.
Questa sera le strade sono piene d'amore...
traduzione a cura di stazioneceleste.it
qui la fonte in lingua originale
20 giugno 2011
Amare il proprio LavOro
di Roberto Benigni
Quando lavoriamo
non modifichiamo solo ciò che lavoriamo
modifichiamo noi stessi.
Il LavOro è prezioso
perchè non c'è solo la ricompensa della paga, c'è una ricompensa misteriosa,che nessuno ci può togliere:
conosciamo noi stessi.
Diventiamo indipendenti dall'universo intero,
è un diritto che nessuno ci può togliere, ma non è una dolorosa necessità
è un servizio divino.
Il diritto al LavOro è una cosa sacra
e ogni legge che attenti al LavOro
è un sacrilegio...
Amare il proprio LavOro
è la sola e più grande vera e concreta felicità che sia dato di conoscere sulla terra,
e questa è una verità che ben pochi conoscono.
Amare il proprio LavOro
dovrebbe essere ciò che dobbiamo fare per i nostri figli,
dovrebbe essere la base su cui fondare la nostra futura società.
Amare il proprio LavOro
con la coscienza orgogliosa
di essere utile.
Liberamente estratto dal discorso di Roberto Benigni alla festa del 17 giugno 2011 a Bologna per i 110 anni della Fiom.
Qui sotto il video integrale del discorso.
24 dicembre 2010
Babbo Natale è Morto! ;)
5 Buoni Motivi per dire ai bambini che Babbo Natale non esiste
di Cristina Garavaglia
Il “Mestiere” dei genitori è, per chi lo è, quello più difficile. Oltre ai momenti di fatica fisica, le notti insonni e gli equilibrismi di organizzare la vita comune con quella lavorativa ed affettiva, ci sono le responsabilità, le sfide, le sorprese.
Insomma un gran bel percorso di crescita personale ed interiore.
E pensare che c' è chi va in India a cercare un Maestro quando spesso l’abbiamo al nostro fianco . Magari in formato Mignon e con un sorriso da Teppista :)
Ed è proprio questa, forse la sfida più grande: guardare il conosciuto con occhi nuovi.
Cambiare le prospettive.
Accogliendo questa sfida e memore di un piccolo dramma famigliare vissuto quando avevo 7 anni, quest'anno ho deciso di non coinvolgere mia figlia, che di anni ne ha 3, nel solito teatrino del natale.
Insomma quest'anno non ho rinnovato il contratto con il vecchio caro Babbo Natale. L'uomo con la Barba bianca questo natale ha una tappa in meno, può saltare casa mia: il lavoro lo facciamo noi.
Ora vi spiego il perché:
Sento la necessità di sperimentare nuovi modelli educativi, è vero che fare con i nostri figli tutto quello che i nostri genitori hanno fatto con noi è più confortevole e familiare, sbagli compresi, ma la svolta sta nel cambiamento, piccolo o grande che sia, osare qualcosa di diverso... fa sicuramente bene a noi, alla nostra struttura ed alle nostre credenze, e quindi non può che far bene anche a loro...
E così facendo si possono compiere piccole e grandi guarigioni e nuove creazioni.
E può accadere che una bambina di 7 anni delusa ed arrabbiata per aver sentito la magia scivolargli tra le dita della realtà, mentre scopriva i suoi genitori a posar pacchetti sotto l'albero, abbia ritrovato da adulta, proprio in questa realtà, una magia ancor più potente ed eterna.
Una Magia che, una volta scoperta, rimane per sempre nel cuore e lo trasforma in una primavera fertile che fa fiorire l'esistenza...
Ed ecco i miei 5 buoni motivi:
1. Natale è davvero un giorno speciale e magico, questa magia entra nel cuore delle persone che oggi più ancora di altri giorni hanno voglia di manifestare la loro capacità di saper amare. Il donare disinteressato è la realtà di questa magia. In Ognuno di noi. Non solo in Babbo Natale.
2. Ogni dono è un gesto di Amore da parte di chi ama un bambino e gli è vicino: Nonni, Amici, Zii, Mamma, Papà, Cugini, lasciamo ad ognuno di loro il vero nome. Non sostituiamoli con Babbo Natale.
3. La magia del Natale e del Donare verrebbe vissuta in prima persona anche dai bambini: impacchettano, scelgono, scrivono i bigliettini, anche per i loro amichetti, imparano che ogni dono è un gesto d'amore. E' prezioso perché è Un loro gesto d'amore, non quello di uno sconosciuto.
4. Ad ogni Regalo che aprirà si sentirà immensamente Amato perché potrà entrare in contatto con i gesti che l’hanno accompagnato, è stato scelto ed incartato per loro e contiene TUTTO L'AMORE di chi loro amano.... nessun elfo e nemmeno una renna ma proprio lei, Zia Luigia!... Non è Magia anche questa?
5. Non ci sono regie occulte e neanche, ahimè, comode manipolazioni “Se non fai il bravo Babbo Natale ...” o “Purtroppo Babbo natale non è riuscito a trovarti quel regalo”... Ognuno deve assumersi le sue responsabilità......
Continuiamolo insieme questo elenco, riscriviamo a più mani questa storia fatta di evoluzione e di generazioni future che trovano nuove ali per la Magia della Vita, facciamola circolare, liberandola dai condizionamenti, dai malumori e togliendo i nostri sassi dal suo cammino.
Questo è il mio augurio per tutti noi in questo magico natale.
In Amore,
Cristina
cristinagaravaglia@tiscali.it1 aprile 2009
Democrazia significa Governo del Popolo
di Paolo Michelotto
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Un sondaggio effettuato nel 2005 da Gallup International su 50.000 persone in 60 paesi, ha scoperto che il 63% dei cittadini pensano che i loro leaders politici siano disonesti, il 60% pensa che essi abbiano troppo potere, il 52% pensa che i leaders politici si comportino in maniera non etica e il 39% pensa che essi non siano competenti nel loro lavoro.
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La democrazia rappresentativa, ossia la forma con cui la democrazia governa nella maggior parte del mondo, comincia a mostrare i suoi limiti. I sostenitori di questa forma indiretta di democrazia, sostengono che il problema è temporaneo, causato dal ripensamento politico successivo al crollo del Marxismo nel 1989.
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Forse, ma la causa principale probabilmente sta invece nell’enorme cambiamento nelle condizioni economiche e sociali di gran parte del mondo in questo ultimo mezzo secolo. La cura ai problemi della democrazia è la democrazia diretta.
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Anche nella democrazia diretta i cittadini votano ogni pochi anni per eleggere il parlamento e il presidente e poi li lasciano a rappresentarli fino alla elezione successiva. Esattamente come nelle democrazie rappresentative. Ma in ogni momento è possibile per un gruppo di elettori, purché acquisiscano un certo definito supporto di loro pari, di porre una legge elaborata dal parlamento al giudizio di tutti i cittadini, con un referendum.
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Ancora di più, in una democrazia diretta quel gruppo di cittadini, sostenuti da altri concittadini, possono mettere a giudizio di tutti gli elettori una proposta di legge non solo non pensata dal parlamento, ma che addirittura può essere osteggiata da esso. Con lo strumento dell’iniziativa. Con il referendum e l’iniziativa, gli elettori hanno il comando sull’agenda politica sempre, non solo quel certo giorno x delle elezioni. Attenzione che il referendum e l’iniziativa, anche se a prima vista sembrano simili al plebiscito, sono in realtà diversissimi. I plebisciti sono strumenti adottati da dittatori (Hitler, Pinochet...) e da uomini di potere forti (Napoleone, De Gaulle...) per cercare legittimazione al proprio potere.
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I referendum e le iniziative sono invece scritti ed iniziati dai cittadini senza bisogno dell’appoggio del governo o anche con la sua ostilità. E’ uno strumento in mano ai cittadini per tenere a controllo i governanti, non viceversa.
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E questo è proprio ciò che accade in Svizzera, di cui parlerò nei prossimi capitoli e da poco più di 13 anni in Baviera. Gli svizzeri non hanno caratteristiche così diverse dagli altri cittadini del mondo.
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Nel 1874, quando fu introdotto il referendum opzionale, gli svizzeri erano una popolazione rurale, non molto ricca, non molto educata e nel cui interno si parlavano 4 lingue. Situazione simile a quella di molti stati europei.
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Democrazia o democrazia rappresentativa?
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Pensa a quell’aggettivo: "rappresentativa" e rifletti sul suo senso. Il concetto che sta alla base della democrazia è che tutti gli uomini e le donne adulti, dovrebbero avere una uguale parte nel decidere come il loro paese è governato. Alcuni sono ricchi, altri poveri, alcuni sono intelligenti, altri meno, alcuni amano Michelangelo, altri Picasso. Non ha importanza le differenze, essi hanno tutti pari diritti. Ora confronta questo bel concetto teorico con la realtà di gran parte del mondo democratico, dove tutti, tranne qualche centinaia di persone, non hanno funzioni democratiche eccetto quella di votare ogni qualche anno tra una varietà di partiti che propongono una lista complessa di proposte alcune delle quali possono piacere, ma altre no. E tra questi pochi voti effettuati ogni qualche anno, poche centinaia di persone decidono l’agenda politica, prendono le decisioni, governano effettivamente il paese.
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Se la guardi per quello che effettivamente è, questa non è rappresentazione. Nei lunghi periodi tra una elezione e l’altra, questo è un trasferimento a scatola chiusa di potere, da molti a pochi.
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Il sistema della democrazia rappresentativa è un sistema nato nel 19° secolo, ed era adatto per quella società e quel mondo.
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La società era divisa tra estremamente ricchi e potenti e una gran massa di poveri che trascorrevano il loro tempo nelle campagne o nelle fabbriche a guadagnarsi da vivere.
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Avevano ben poche possibilità di conoscere cosa succedeva nel mondo. L’educazione era riservata solo ai ricchi e i giornali erano troppo costosi e con circolazione limitata per formare un’opinione pubblica.
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Ma le cose sono cambiate.
- Oggi i britannici sono in termini reali 5 volte più ricchi di 1 secolo fa. Gli americani 6 volte più ricchi. Gli italiani 13 volte più ricchi. Questa crescita reale della ricchezza media ha fatto sì che ci sia più denaro destinato al risparmio. Così molta gente può investire in azioni, possedere una casa, un’auto e così via. Le persone che hanno proprietà si sentono più indipendenti, e persone che hanno questo atteggiamento di indipendenza sono portate a farsi le loro idee politiche personali.
- Anche nell’educazione le cose sono cambiate in maniera straordinaria. In gran parte dei paesi, l’obbligo di studio arriva a 16 anni. In Francia ci sono 60 volte più studenti alle superiori oggi di 1 secolo fa. E 50 volte più universitari. Negli USA ci sono 33 volte più studenti alle superiori di 1 secolo fa e 60 volte più universitari.
- Uno dei cambiamenti più straordinari è dovuto allo sviluppo della tecnologia digitale. Con il computer, internet, i cellulari, le macchine fotografiche e le videocamere digitali, gran parte della popolazione può conoscere quasi istantaneamente ciò che succede nel mondo. E può non solo assorbire passivamente informazione, ma anche crearla, condividerla, commentarla.
Questi tre fattori, la ricchezza, l’educazione, l’informazione, fanno sì che il cittadino possa dotarsi di tutti gli elementi per dare un giudizio ragionato su un determinato argomento. Non c’è più quindi nessuna differenza tra la qualità di una valutazione dei cittadini e quella dei suoi rappresentanti su una determinata questione. Anzi. Se infatti pensiamo al mondo reale, i cittadini scelgono meglio dei loro rappresentanti perché sulle loro decisioni non pesa la corruzione, la forza delle lobby, la costruzione della carriera politica, l’appartenenza ad una casta di privilegiati, che tanta influenza hanno sui pochi rappresentanti eletti.
Un altro fattore è decisamente cambiato nella nostra epoca. Per più di un secolo gran parte delle democrazia ha avuto una contrapposizione tra almeno un partito marxista e uno liberale. La differenza di ideologia era notevole: dal socialismo all’individualismo, dall’economia centralizzata a quella del libero mercato.Con il dissolversi dell’Unione Sovietica e dell’ideologia comunista, anche i partiti hanno mutato nome, hanno cambiato programmi. Le ideologie si sono fatte meno radicali, le differenze meno marcate. La diluizione delle ideologie ha due conseguenze:
- i partiti stanno diventando organizzazioni sempre meno forti;
- le persone cambiano il loro voto più facilmente da un partito all’altro.
I partiti amano la democrazia indiretta, mentre la democrazia diretta diminuisce ulteriormente il potere dei partiti e li pone ai margini della vita politica.
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La democrazia diretta fa diventare gli elettori più efficienti. Invece di dare le loro preferenze a un gruppo di politici piuttosto che ad un altro con le loro scelte sfumate e non sempre chiare, con la democrazia diretta l’elettore è chiamato a rispondere a domande precise, sapendo che la sua risposta contribuirà a scegliere quale legge sarà adottata.
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Dando ai cittadini maggiore responsabilità, la democrazia diretta li aiuta anche a comportarsi più responsabilmente. Dando ai cittadini maggiore potere, la democrazia diretta insegna a loro come esercitare questo potere. Li rende migliori elettori e quindi migliori cittadini.
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Gli scettici affermano che finché i cittadini scelgono tra partiti effettuano una buona scelta. Ma quando devono scegliere tra argomenti ben definiti, possono commettere sciocchezze irreparabili.
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Affronterò in dettaglio queste obiezioni nel libro, qui basta ricordare che l’evidenza dell’esempio svizzero degli ultimi 140 anni ha mostrato esattamente il contrario. Uno dei primi referendum confederali ad esempio, tenuto nel 1866, chiedeva ai cittadini se gli ebrei dovessero avere uguali diritti di residenza. E i cittadini risposero positivamente. Questa scelta che oggi è un’ovvietà, avvenne in anni in cui erano ancora legali gli schiavi negli USA e in Francia c’era un’ondata di antisemitismo con l’affare Dreyfuss.
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Ancora negli anni ‘70 del 1900, gli svizzeri respinsero norme restrittive contro gli immigrati e chi cercava asilo politico. E gli esempi sono innumerevoli.
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Molti si stanno accorgendo che la democrazia è stata per quasi un secolo in uno stato di sviluppo bloccato. Ora è giunto il momento di rimettere in moto l’intero processo e trasformare la democrazia in ciò che essa significa: "governo del popolo".
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Estratto dal primo capitolo del libro
"Democrazia dei Cittadini"
di Paolo Michelotto
[Troll Libri]
[Troll Libri]
3 marzo 2009
Stavolta Sarò in Carcere
Un incontro intensissimo
con le detenute di San Vittore
di Susanna Garavaglia
Da tempo desideravo varcare la soglia di un carcere, c’era qualcosa che mi attirava lì dentro. Lo pensavo non con la leggerezza di chi si immaginava semplicemente di fare la parte dell’ospite curioso, ma avevo una forte sensazione alla quale non ero in grado di dare un nome: sapevo che se fossi riuscita a varcare quella porta avrei trovato qualcosa che mi avrebbe fatto crescere un po’.
Il momento è arrivato il 16 ottobre 2008 ed è stato il mio romanzo “Stavolta sarò femmina” a condurmi per mano nei corridoi di San Vittore.
E’ un romanzo dalla vita propria che si sta intrufolando ovunque ed io lo seguo, curiosa di vedere a quale parte di me e della vita mi vuole aprire gli occhi.
Il momento è arrivato improvvisamente, con una email di Daniela Milano, giornalista counselor clinico che aveva curato l’editing del mio romanzo e che, quindi, ben ne conosceva il contenuto. Mi annunciava di avere organizzato un incontro con le detenute del carcere milanese.
Ecco, era arrivata l’occasione di capire che cosa mi attraesse così tanto là dentro.
Ci siamo trovati in via Filangeri con Daniela e con l’editore, Pietro Abbondanza, con la sola aspettativa di capire che cosa ci stesse offrendo questa opportunità: non certamente l’occasione per vendere libri né per farci pubblicità, ma qualcosa di più e di molto diverso dalle altre presentazioni, qualcosa che ci avrebbe, in qualche modo, trasformato “dentro”. Per questo mentre mi sottoponevo ai controlli di rito, mi sorpresi a pensare che stavo volontariamente “andando dentro” ma non solo fisicamente. Simbolicamente stavo entrando in San Vittore ed anche dentro di me: sono avvezza a questo tipo di viaggi interiori, ma cosa avrei trovato questa volta?
Una prima risposta arrivò subito quando, superati pochi sbarramenti entrai nella Biblioteca, luogo dell’incontro, e un gruppo di donne sedute attorno ad un tavolo mi accolse come se ci fossimo date appuntamento in una trattoria di campagna per mangiare qualcosa insieme.
Mi fecero spazio tra loro ma nel giro di pochi minuti ne stavano entrando altre e il tavolo venne messo da parte per sederci tutti insieme in cerchio.
Mi sentii subito accolta e iniziai a chiacchierare con la giovane donna accanto a me che mi disse il suo nome e da dove veniva. Aveva gli occhi scintillanti ed un sorriso di bimba. Ci scegliemmo subito come compagne di gioco perché iniziò tra lei e me uno scambio di battute scherzose e una collaborazione spontanea: si mise a farmi quasi da segretaria, anche se né io né lei ne avevamo bisogno.
Era un modo come un altro per iniziare a parlare la stessa lingua.
Pietro e Daniela spiegarono al gruppo che cosa fossimo venuti a fare lì, alcune di loro non sapevano nemmeno che avremmo presentato un libro ma erano arrivate con l’entusiasmo di vivere qualcosa di nuovo. Forse qualcosa che avrebbe rotto la monotonia delle loro giornate in cella, pensavo, anche se mi accorsi da subito che molte di loro là dentro hanno un lavoro e sono sempre indaffarate.
Donne dagli sguardi penetranti, sorrisi dal cuore, un benvenuto senza tante parole, senza troppi convenevoli.
Quando iniziai a parlare mi venne spontaneo ringraziarle per avermi accolta tra loro. Perché l’Accoglienza è una qualità del Femminile, ed anche la Condivisione.
Ed io stavo per condividere con loro un pezzetto di me, e tutte loro stavano condividendo con me alcune gocce della loro forte esperienza.
E mi misi a parlare delle qualità dell’Energia del Femminile, quella spinta verso la vita che è il filo conduttore dei miei quattro libri e che trova in “Stavolta sarò femmina” il suo momento di creatività fantasiosa alla quale mi sono abbandonata senza limiti né tabù.
Parlavo di libertà, di momenti di luce, di gioia di vivere, di speranza. A loro!
A quelle donne che avevano perso la libertà, che stavano relegate nell’ombra, che avevano lasciato la loro gioia in figli, affetti ed amori lontani, chissà dove, chissà da quanto tempo.
A loro che di speranza ne avevano poca quando le guardie urlavano grida di potere nei loro cuori e nelle loro pance di donna.
Ma io andavo avanti e dicevo che ognuno ha un compito nella vita, che a qualche livello sappiamo perché siamo qui, che cosa ci stiamo a fare, quali sono i nodi da sciogliere,le tematiche da affrontare. A loro!
Raccontavo tutto questo a donne di ogni età, di ogni estrazione culturale, di ogni ceto sociale che al massimo tra le sbarre avevano il compito di ricordare a se stesse che , nonostante tutto, erano ancora vive; che chissà quante volte si erano chieste tra le lacrime che cosa ci stessero facendo lì, che di nodi da sciogliere ne avevano fin troppi e che ben sapevano quale fosse la Grande Tematica da affrontare. La perdita della Libertà.
Ma io continuavo a parlare perché i loro occhi mi avevano catturato e vedevo negli sguardi l’assenso di chi forse non si aspettava che parlassi di questo ma che si sentiva in qualche modo toccata.
Eppure ero io, lì, ad essere toccata da quella loro umanità così prorompente che stava alzando vertiginosamente le energie in quella piccola biblioteca di San Vittore.
Io che prima di entrare mi ero detta che sarei stata attenta a non usare frasi come “dietro le sbarre”, “sentirsi in gabbia”, “vedere la luce” e che invece lasciavo che parole e immagini uscissero da me senza controllo né falsi pudori. Senza giudizio, né da parte mia, né da parte loro. Senza falsità né perbenismi guidati dalla paura di essere vere. Fino ad arrivare a dire loro, verso la fine, vedendo che alcune se ne stavano andando:
“Ora guardiamo un film insieme. Aspettate un secondino. Ora guardiamo un film”
“Aspettate un secondino”! Avrei potuto dire “un momento, un momentino, un attimino..” Ed invece mi è uscito dalle labbra questo “secondino”..Si sono messe a ridere, e io con loro. Non importava se avevo fatto una gaffe, non c’era spazio per gaffe tra di noi. Soltanto verità. La loro, la mia, la nostra.
Ecco, siamo stati veri là dentro, più di quanto talvolta riusciamo ad esserlo fuori. Non c’è stato spazio per ipocrisie e stupide paure di ferire, perché lì le ferite erano troppo aperte perché ci si potesse mettere un velo sopra. Ma lì le ferite aperte erano condivise.
Mi ricordai le parole di un esercizio che propongo nei miei seminari mentre a coppie i partecipanti si guardano profondamente negli occhi:
“Apritevi alla consapevolezza dei doni, della forza, delle potenzialità di questa persona. Dietro ai suoi occhi esistono immense riserve di ricchezza e di luce..doni di cui lei stessa non è consapevole Considerate quanto queste forze non ancora utilizzate possono fare per la guarigione del nostro pianeta e per la nostra vita comune. Lasciate che sorga in voi la consapevolezza del vostro desiderio che questa persona sia libera dalla paura..sia libera dall’odio..sia libero dai dispiaceri..sia libero dalla sofferenza. Quello di cui ora state facendo esperienza è una grande amorevolezza..mentre guardate i suoi occhi sentite il dolore che contengono..ci sono dispiaceri accumulati nel viaggio di questa vita..ferite e delusioni, come in tutte le vite umane..Apriteli a tutto questo.. Non potete togliere il dolore, non potete porvi rimedio, ma potete non avere paura di condividerlo.. Sappiate che state facendo esperienza di grande compassione..Ed è tutto utile per la guarigione del mondo”
Non potete togliere il dolore, non potete porvi rimedio, ma potete non avere paura di condividerlo.
Quelle donne non avevano paura di condividere il loro dolore con noi: il dolore di una vita assente dal mondo, di una vita in affitto al giudizio degli altri, il dolore di una voragine tra il presente ed un istante lontano nel tempo, forse soltanto un attimo che le ha trasformate in detenute. Il dolore del rimorso, della rabbia, della paura, della solitudine. Il dolore delle sbarre.
La rabbia perché qui è facile impazzire. La follia di quei giri di chiave che chiudono la cella quando viene il tramonto, di quei fogli da compilare per vedere un’amica, della solitudine, dell’attesa nei giorni di visita, la follia di quei pochi minuti al telefono, di tutto il non detto per non soffrire di più.
Ma forse proprio perché non avevano paura di condividere il loro dolore con noi, queste donne così paradossalmente piene di amore stavano riuscendo a contagiarci anche con la loro gioia.
La gioia di farci domande, di non capire fino in fondo come applicare nella loro vita tra le sbarre quella speranza di cui io stavo parlando ma di ammetterne la presenza ai loro stessi occhi, la gioia di poter condividere tra donne la brutalità di una modalità di relazione dallo stampo sempre molto maschile, e di poterlo dire senza essere punite.
La gioia di dissentire, di dirci “Io avrei risposto in questo altro modo” dopo averci fatto una domanda che conta nella loro vita rubata, la gioia di essere ascoltata dalle altre compagne di “viaggio”, di raccontarci per un istante il loro dolore e la paura di essere punite quando cercano di essere vere, la gioia di dirci che non ci rendiamo conto di come si stia là dentro ma anche di dirci grazie per essere andati da loro.
La gioia di mangiare con noi i tramezzini al formaggio (“Ma lo sai da quanto tempo non mangio un pane così? Sentissi quanto è duro quello che ci danno qua dentro!”), di vedere tutti assieme il video dei Free Hugs e di cantare in coro “Ma il cielo è sempre più blu”, la gioia di abbracciarci come nel video e di fare come se fossero fuori di lì, forse di vedere perfino le “coincelline” con occhi nuovi, come se fosse la prima volta, la gioia di farsi fare un autografo e una dedica da me, da Pietro, da Daniela, la gioia di dirmi “Ma lo sai che tra poco esco. Alla fine di febbraio. Sono qui da cinque anni. Non vedo l’ora”.
La gioia di salutarci un po’ in fretta ma con l’ennesimo abbraccio, perché “Tra poco è il mio turno nel call center della Telecom”, la gioia di abbracciarci di nuovo e di restare in silenzio a lungo in questo abbraccio sacro per me, sacro per loro, la gioia di abbracciarsi tra loro (“E chi l’avrebbe detto prima di iniziare questa presentazione!”), la gioia di chiederci “Ma quando tornate? Vi aspettiamo ancora!”. E la gioia di sentirci rispondere di si.
Articolo pubblicato sul N° 59 del magazine Psicodinamica
con le detenute di San Vittore
di Susanna Garavaglia
Il momento è arrivato il 16 ottobre 2008 ed è stato il mio romanzo “Stavolta sarò femmina” a condurmi per mano nei corridoi di San Vittore.
E’ un romanzo dalla vita propria che si sta intrufolando ovunque ed io lo seguo, curiosa di vedere a quale parte di me e della vita mi vuole aprire gli occhi.
Il momento è arrivato improvvisamente, con una email di Daniela Milano, giornalista counselor clinico che aveva curato l’editing del mio romanzo e che, quindi, ben ne conosceva il contenuto. Mi annunciava di avere organizzato un incontro con le detenute del carcere milanese.
Ecco, era arrivata l’occasione di capire che cosa mi attraesse così tanto là dentro.
Ci siamo trovati in via Filangeri con Daniela e con l’editore, Pietro Abbondanza, con la sola aspettativa di capire che cosa ci stesse offrendo questa opportunità: non certamente l’occasione per vendere libri né per farci pubblicità, ma qualcosa di più e di molto diverso dalle altre presentazioni, qualcosa che ci avrebbe, in qualche modo, trasformato “dentro”. Per questo mentre mi sottoponevo ai controlli di rito, mi sorpresi a pensare che stavo volontariamente “andando dentro” ma non solo fisicamente. Simbolicamente stavo entrando in San Vittore ed anche dentro di me: sono avvezza a questo tipo di viaggi interiori, ma cosa avrei trovato questa volta?
Una prima risposta arrivò subito quando, superati pochi sbarramenti entrai nella Biblioteca, luogo dell’incontro, e un gruppo di donne sedute attorno ad un tavolo mi accolse come se ci fossimo date appuntamento in una trattoria di campagna per mangiare qualcosa insieme.
Mi fecero spazio tra loro ma nel giro di pochi minuti ne stavano entrando altre e il tavolo venne messo da parte per sederci tutti insieme in cerchio.
Mi sentii subito accolta e iniziai a chiacchierare con la giovane donna accanto a me che mi disse il suo nome e da dove veniva. Aveva gli occhi scintillanti ed un sorriso di bimba. Ci scegliemmo subito come compagne di gioco perché iniziò tra lei e me uno scambio di battute scherzose e una collaborazione spontanea: si mise a farmi quasi da segretaria, anche se né io né lei ne avevamo bisogno.
Era un modo come un altro per iniziare a parlare la stessa lingua.
Pietro e Daniela spiegarono al gruppo che cosa fossimo venuti a fare lì, alcune di loro non sapevano nemmeno che avremmo presentato un libro ma erano arrivate con l’entusiasmo di vivere qualcosa di nuovo. Forse qualcosa che avrebbe rotto la monotonia delle loro giornate in cella, pensavo, anche se mi accorsi da subito che molte di loro là dentro hanno un lavoro e sono sempre indaffarate.
Donne dagli sguardi penetranti, sorrisi dal cuore, un benvenuto senza tante parole, senza troppi convenevoli.
Quando iniziai a parlare mi venne spontaneo ringraziarle per avermi accolta tra loro. Perché l’Accoglienza è una qualità del Femminile, ed anche la Condivisione.
Ed io stavo per condividere con loro un pezzetto di me, e tutte loro stavano condividendo con me alcune gocce della loro forte esperienza.
E mi misi a parlare delle qualità dell’Energia del Femminile, quella spinta verso la vita che è il filo conduttore dei miei quattro libri e che trova in “Stavolta sarò femmina” il suo momento di creatività fantasiosa alla quale mi sono abbandonata senza limiti né tabù.
Parlavo di libertà, di momenti di luce, di gioia di vivere, di speranza. A loro!
A quelle donne che avevano perso la libertà, che stavano relegate nell’ombra, che avevano lasciato la loro gioia in figli, affetti ed amori lontani, chissà dove, chissà da quanto tempo.
A loro che di speranza ne avevano poca quando le guardie urlavano grida di potere nei loro cuori e nelle loro pance di donna.
Ma io andavo avanti e dicevo che ognuno ha un compito nella vita, che a qualche livello sappiamo perché siamo qui, che cosa ci stiamo a fare, quali sono i nodi da sciogliere,le tematiche da affrontare. A loro!
Raccontavo tutto questo a donne di ogni età, di ogni estrazione culturale, di ogni ceto sociale che al massimo tra le sbarre avevano il compito di ricordare a se stesse che , nonostante tutto, erano ancora vive; che chissà quante volte si erano chieste tra le lacrime che cosa ci stessero facendo lì, che di nodi da sciogliere ne avevano fin troppi e che ben sapevano quale fosse la Grande Tematica da affrontare. La perdita della Libertà.
Ma io continuavo a parlare perché i loro occhi mi avevano catturato e vedevo negli sguardi l’assenso di chi forse non si aspettava che parlassi di questo ma che si sentiva in qualche modo toccata.
Eppure ero io, lì, ad essere toccata da quella loro umanità così prorompente che stava alzando vertiginosamente le energie in quella piccola biblioteca di San Vittore.
Io che prima di entrare mi ero detta che sarei stata attenta a non usare frasi come “dietro le sbarre”, “sentirsi in gabbia”, “vedere la luce” e che invece lasciavo che parole e immagini uscissero da me senza controllo né falsi pudori. Senza giudizio, né da parte mia, né da parte loro. Senza falsità né perbenismi guidati dalla paura di essere vere. Fino ad arrivare a dire loro, verso la fine, vedendo che alcune se ne stavano andando:
“Ora guardiamo un film insieme. Aspettate un secondino. Ora guardiamo un film”
“Aspettate un secondino”! Avrei potuto dire “un momento, un momentino, un attimino..” Ed invece mi è uscito dalle labbra questo “secondino”..Si sono messe a ridere, e io con loro. Non importava se avevo fatto una gaffe, non c’era spazio per gaffe tra di noi. Soltanto verità. La loro, la mia, la nostra.
Ecco, siamo stati veri là dentro, più di quanto talvolta riusciamo ad esserlo fuori. Non c’è stato spazio per ipocrisie e stupide paure di ferire, perché lì le ferite erano troppo aperte perché ci si potesse mettere un velo sopra. Ma lì le ferite aperte erano condivise.
Mi ricordai le parole di un esercizio che propongo nei miei seminari mentre a coppie i partecipanti si guardano profondamente negli occhi:
“Apritevi alla consapevolezza dei doni, della forza, delle potenzialità di questa persona. Dietro ai suoi occhi esistono immense riserve di ricchezza e di luce..doni di cui lei stessa non è consapevole Considerate quanto queste forze non ancora utilizzate possono fare per la guarigione del nostro pianeta e per la nostra vita comune. Lasciate che sorga in voi la consapevolezza del vostro desiderio che questa persona sia libera dalla paura..sia libera dall’odio..sia libero dai dispiaceri..sia libero dalla sofferenza. Quello di cui ora state facendo esperienza è una grande amorevolezza..mentre guardate i suoi occhi sentite il dolore che contengono..ci sono dispiaceri accumulati nel viaggio di questa vita..ferite e delusioni, come in tutte le vite umane..Apriteli a tutto questo.. Non potete togliere il dolore, non potete porvi rimedio, ma potete non avere paura di condividerlo.. Sappiate che state facendo esperienza di grande compassione..Ed è tutto utile per la guarigione del mondo”
Non potete togliere il dolore, non potete porvi rimedio, ma potete non avere paura di condividerlo.
Quelle donne non avevano paura di condividere il loro dolore con noi: il dolore di una vita assente dal mondo, di una vita in affitto al giudizio degli altri, il dolore di una voragine tra il presente ed un istante lontano nel tempo, forse soltanto un attimo che le ha trasformate in detenute. Il dolore del rimorso, della rabbia, della paura, della solitudine. Il dolore delle sbarre.
La rabbia perché qui è facile impazzire. La follia di quei giri di chiave che chiudono la cella quando viene il tramonto, di quei fogli da compilare per vedere un’amica, della solitudine, dell’attesa nei giorni di visita, la follia di quei pochi minuti al telefono, di tutto il non detto per non soffrire di più.
Ma forse proprio perché non avevano paura di condividere il loro dolore con noi, queste donne così paradossalmente piene di amore stavano riuscendo a contagiarci anche con la loro gioia.
La gioia di farci domande, di non capire fino in fondo come applicare nella loro vita tra le sbarre quella speranza di cui io stavo parlando ma di ammetterne la presenza ai loro stessi occhi, la gioia di poter condividere tra donne la brutalità di una modalità di relazione dallo stampo sempre molto maschile, e di poterlo dire senza essere punite.
La gioia di dissentire, di dirci “Io avrei risposto in questo altro modo” dopo averci fatto una domanda che conta nella loro vita rubata, la gioia di essere ascoltata dalle altre compagne di “viaggio”, di raccontarci per un istante il loro dolore e la paura di essere punite quando cercano di essere vere, la gioia di dirci che non ci rendiamo conto di come si stia là dentro ma anche di dirci grazie per essere andati da loro.
La gioia di mangiare con noi i tramezzini al formaggio (“Ma lo sai da quanto tempo non mangio un pane così? Sentissi quanto è duro quello che ci danno qua dentro!”), di vedere tutti assieme il video dei Free Hugs e di cantare in coro “Ma il cielo è sempre più blu”, la gioia di abbracciarci come nel video e di fare come se fossero fuori di lì, forse di vedere perfino le “coincelline” con occhi nuovi, come se fosse la prima volta, la gioia di farsi fare un autografo e una dedica da me, da Pietro, da Daniela, la gioia di dirmi “Ma lo sai che tra poco esco. Alla fine di febbraio. Sono qui da cinque anni. Non vedo l’ora”.
La gioia di salutarci un po’ in fretta ma con l’ennesimo abbraccio, perché “Tra poco è il mio turno nel call center della Telecom”, la gioia di abbracciarci di nuovo e di restare in silenzio a lungo in questo abbraccio sacro per me, sacro per loro, la gioia di abbracciarsi tra loro (“E chi l’avrebbe detto prima di iniziare questa presentazione!”), la gioia di chiederci “Ma quando tornate? Vi aspettiamo ancora!”. E la gioia di sentirci rispondere di si.
Articolo pubblicato sul N° 59 del magazine Psicodinamica
24 dicembre 2007
15 novembre 2007
Il triangolo nero - Appello
To: Opinione pubblica
Il triangolo nero Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.
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La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco. Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti.
Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.
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